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Je est une autre

ottobre 2, 2016

Dialogo con Ketty La Rocca

Anna D’Elia

Il progetto Transfusioni vuole essere un momento di riflessione su quelle pratiche artistiche che si fondano sulla multidisciplinarietà e che organizzano il discorso estetico su incroci e contaminazioni tra parola, suono, pittura, fotografia, oggetto, spazio, gesto, azione. Transfusioni vuole inoltre sperimentare sconfinamenti tra luoghi dell’arte, protagonisti, comprimari e comparse, mettendo in relazione due spazi dell’arte contemporanea a Roma: il Lavatoio Contumaciale e l’Archivio Menna/Binga le cui opere, scelte di volta in volta, risuoneranno di nuove parole nel confronto con gli artisti invitati a dialogarvi.

L’evento espositivo e performativo con cui il 4 aprile 2016 il progetto prende il via rende omaggio a Ketty La Rocca, il cui lavoro rappresenta già dall’inizio degli anni Settanta un punto apicale per la radicalità e complessità dell’approccio critico nei confronti della parola. A dialogare con lei saranno Tomaso Binga, Paola Romoli Venturi e Silvia Stucky.

Le componenti del lavoro di Ketty La Rocca con cui entra in relazione Silvia Stucky sono altrettanto intense e riguardano la ricerca sulla memoria a partire dalle fotografie di famiglia, cui La Rocca si era molto interessata fin dal suo lavoro intitolato Riduzioni (1972-3), che fu anche un modo per riflettere sull’immagine che scolorisce nel tempo perdendo la sua vividezza, proprio come accade ai ricordi. Quasi a voler sollecitare e maggiormente evidenziare tale progressivo scolorimento, La Rocca annullava il contenuto visivo dell’immagine sostituendolo con un contorno di parole scritte a mano. Al procedimento meccanico della stampa fotografica opponeva la soggettività della sua grafia che riportava l’attenzione sul gesto, la manualità, l’individualità. Dal suo fare traspariva anche il desiderio di intrecciare relazioni con lo spettatore e le figure presenti nelle immagini. Nel caso dell’opera fotografica Filiberto Menna (1973) si trattava di altre opere e persone amate: Diane Arbus e la sua foto delle gemelle Cathleen e Colleen Wade, Michelangelo Pistoletto e i suoi Specchi, e lo stesso Menna. Il contorno in questa occasione esaltava le figure e le legava come in un abbraccio : you diventava io e te, voi e noi.

Ed è su tale gioco di specchi che lavora Silvia Stucky scegliendo dalle fotografie della sua famiglia un’immagine della madre bambina che racchiude un ricordo prezioso: quando la madre di Silvia era nel grembo, accanto a lei c’era una gemella che non sopravvisse al parto. Spostando il ruolo della fotografia da quello di testimonianza e ricordo a quello di reinvenzione della realtà, l’artista dà vita alla zia mai nata. La sua opera, un dittico, si compone di un’immagine fotografica, rielaborazione della foto di sua madre bambina, la cui figura è isolata e duplicata specularmente; e di un’altra immagine realizzata seguendo con la penna i contorni della fotografia – come faceva Ketty La Rocca – scrivendo il nome di sua madre (Maria) per una figura, e il nome della gemella morta (Maddalena) per l’altra. È un gesto simbolico forte che apre alla tematica dell’identità, centrale nella ricerca di Silvia Stucky e di Ketty La Rocca, come nel lavoro di un’intera generazione di body-artisti e performer a partire dagli anni Sessanta.

L’opera di Silvia Stucky, Je est une autre (“Io è un’altra”), mette in questione nel titolo il genere dell’Altro nella nota frase di Rimbaud (Je est un autre, “io è un altro”), procedendo poi a evocare l’altra assente attraverso la duplicazione, della figura (nella fotografia) e della pratica (nella scrittura-disegno ripresa da Ketty La Rocca). I temi dell’altra da sé, e dell’immagine speculare come simile e allo stesso tempo differente, ritornano nella performance dal medesimo titolo, in cui l’artista si mette in scena insieme a Monica Valenziano.

È da sottolineare, a questo punto, come le tre autrici in dialogo con Ketty la Rocca annullino la distanza tra lo spazio della vita e quello della rappresentazione, un’eliminazione cui a lungo l’artista aveva mirato facendo cadere una dopo l’altra tutte le barriere tra arte e vita, fino alle Craniologie (1973) in cui il suo corpo si scompone, ricomponendosi altro nella sovrimpressione tra le radiografie del suo cranio e le immagini delle sue mani. Era così che La Rocca parlava della sua malattia e della sua morte, ricongiungendola strettamente alla vita e al suo fare arte, ma soprattutto a noi, il suo futuro, noi che avremmo posato gli occhi sul suo corpo smembrato e lo avremmo attraversato senza più confini.

Il dittico di Silvia Stucky proseguendo quel discorso offre un’ulteriore prova che una fotografia non appartiene più né a chi l’ha fatta né a chi essa rappresenta, ma a tutti coloro che la guardano e la guarderanno. È dunque su un altro nodo cruciale che ci consente di focalizzare l’attenzione: quello degli sguardi. Quel you tante volte scritto e ripetuto da Ketty La Rocca può essere letto come un appello all’altro, allo spettatore, come un monito rivolto a noi tutti che continuiamo a interrogarci sui misteri racchiusi nelle sue opere, un monito a non tradire il suo pensiero, ma a spingerlo oltre, verso quegli spazi di libertà che solo possono dare valore all’arte e restituire un senso alla vita.
nel catalogo Transfusioni#0

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,  fotografia digitale, disegno a penna

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,  (particolare)  fotografia digitale

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,  installazione, fotografia digitale, disegno a penna, panca di legno

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016    foto Andrea Calì

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016  (particolare)

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,  installazione
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Silvia Stucky  “Je est une autre” 2016,  performance con Monica Valenziano   foto Andrea Calì

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,   performance con Monica Valenziano

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016   foto Andrea Calì

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Silvia Stucky e Monica Valenziano   foto Andrea Calì

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Silvia Stucky “Je est une autre” 2016 performance con Monica Valenziano foto Srdja Mirkovic

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