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Il campo del possibile [2]

marzo 25, 2012

L’opera e il suo resto

Al di là della presenza immediata dell’artista al posto dell’opera, l’arte contemporanea ha affinato la sensibilità dell’osservatore verso la dimensione performativa, sovente sottesa all’opera, in particolare quando questa è residuo di azione, implicata di biografia, raccolta di oggetti, documento, e così via.
Sollecitata dal tema dell’autoritratto, a cui è dedicata l’edizione 2012 della rassegna 41°54’ N – 12°28’ E, nella mostra Il campo del possibile anche Silvia Stucky ha imboccato questa strada sulla quale in passato si era sporta solo di rado, ad esempio in Le silence habité des maisons (2002), unico video in cui l’autrice impiega attori/performer.
L’indizio più evidente di tale svolta si rintraccia in anima (2012), composto da tre sequenze in cui un’ombra attraversa ambienti diversi stagliandosi ora sull’asfalto, ora sul prato e infine sulla scogliera. Non più telecamera fissa, una delle peculiarità formali di Stucky, ma riprese in movimento con l’obiettivo che oscilla al ritmo del passo, ora rapido ora lento, e che pertanto diventa partecipe dell’esplorazione attiva del mondo, tanto quanto in precedenza si attestava su una posizione contemplativa, volta a catturare epifanie a lungo attese, preferibilmente legate a mondo naturale e al paesaggio.
L’ombra, protagonista sia del video sia delle fotografie omonime, per metonimia, sta al posto del corpo, della presenza viva e concreta della persona, libera di muoversi, padrona delle proprie facoltà, capace di “sfruttare il campo del possibile”, come suggerisce il verso di Pindaro, citato da Stucky. è un’interpretazione estrema dell’idea, consolidata nella tradizione artistica, che l’ombra sia schiava del corpo e, in un certo senso, ne sia l’impronta. La concretezza dell’ombra, per natura contingente, è il motivo per cui lo scultore – lamenta ad esempio Arturo Martini – non può neppure condizionarla, come fa il pittore.
L’assenza di distanza tra l’opera e la vita dell’artista – principio ispiratore della performance – è ancora più evidente nel lavoro che dà il titolo alla mostra, Il campo del possibile: è un dittico composto da una lastra di granito azzurra e da una carta del medesimo colore, dietro la quale è sigillato il testamento biologico dell’autrice. L’opera si trova così all’incrocio fra urgenza personale e attualità etico-politica: la sensibilità ambientalista, l’attenzione al dettaglio, il rispetto per il contesto, connotati impliciti della poetica di Silvia Stucky, finora solo suggeriti adesso sono declamati ad alta voce, irrompono nella dimensione formale senza mediazioni, riassunti nel bisogno di autodeterminazione.
Francesca Gallo

Silvia Stucky, “anima”, 2012, stampe giclée fine art su carta Hahnemühle Photo Rag 100% cotone 308 g/mq, 21×29,7 cm, edizione di 3

…una parte essenziale di grandezza e di serenità viene a scomparire quando in una civiltà si sopprime la libertà di morire.
Maurice Pinguet, “La morte volontaria in Giappone”

Silvia Stucky, “anima”, 2012, stampe giclée fine art su carta Hahnemühle Photo Rag 100% cotone 308 g/mq, 21×29,7 cm, edizione di 3

Silvia Stucky, “anima”, 2012, stampe giclée fine art su carta Hahnemühle Photo Rag 100% cotone 308 g/mq, 21×29,7 cm, edizione di 3

Silvia Stucky, “anima”, 2012, stampe giclée fine art su carta Hahnemühle Photo Rag 100% cotone 308 g/mq, 21×29,7 cm, edizione di 3

Silvia Stucky, “anima”, 2012, stampe giclée fine art su carta Hahnemühle Photo Rag 100% cotone 308 g/mq, 21×29,7 cm, edizione di 3

Silvia Stucky, “anima”, 2012, stampe giclée fine art su carta Hahnemühle Photo Rag 100% cotone 308 g/mq, 21×29,7 cm, edizione di 3

Silvia Stucky, “anima”, 2012, HD, 5’32”, sonoro

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