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Il corpo pensato

agosto 17, 2010
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Haiku, 2008

Il corpo pensato (introduzione all’opera di Silvia Stucky)

di Marie Eve Gardère
“Testi e Testimoni”, Casa della Memoria e della Storia, Roma, 21 ottobre 2009.

Nel 1938, poco dopo l’Anschluss, Sigmund Freud, il massimo interprete dell’uomo contemporaneo e del suo destino fu costretto ad abbandonare Vienna…
La Shoah, è una forma di progresso – dice Norbert Elias – perché è una barbarie che si inscrive in un processo di civilizzazione. Il nazismo e la Shoah non possono essere sbrogliati. Il nazismo è una versione reazionaria della modernità. È un movimento radicato nella città. È il bio-potere. Il soggetto umano desacralizzato, il mondo industriale e urbano è un terriccio dove germoglia la possibilità della Shoah.
Michel Serres: “Amo che il sapere faccia vivere, coltivi, amo fare di lui carne e casa, che aiuti a bere e a mangiare, a camminare lentamente, amare, morire, rinascere a volte, amo dormire fra le sue lenzuola, che  non sia esteriore a me. Il sapere ha perso questo valore vitale”.
L’umanità, armata delle tecniche che si è data, è sbalordita dalla sua facoltà di porre in atto i suoi fantasmi di dominio. Il dominio è la valutazione del nostro futuro per mezzo di un campione normativo. Per raggiungere il futuro che ci destiniamo, perdiamo le strade della vita e del sogno, margini e penombre.
La disumanizzazione è la storia di questo dominio.
Pronunciamo parole come umanesimo, diritti della persona, rispetto, equilibri naturali, cultura. Queste parole  non hanno alcun peso rispetto a parole-chiave: “competitività, funzionalità, tecnologia”.  Aggredito dalla richiesta esigente della prova o dell’argomentazione razionale, ciascuno di noi è portato a rinunciare al proprio diritto ad essere semplicemente umano, ad immaginare, sentire, essere solo con se stesso.
Il rapporto dell’anima col mondo. Parlare della vita, di ciò che costituisce la posta fondamentale del dibattito umano.
“Ho un solo rimpianto – dice il biologo Jacques Testart conosciuto per la sua ricerca sulla riproduzione assistita che ha portato nel 1982 alla nascita del primo bambino in provetta – quello di non essere mai stato un artista”.
L’opera di Silvia Stucky non è una descrizione o un’eloquenza, è un’inflessione. Lei è dal lato della qualità di ciò che è giusto, esatto, preciso, come deve essere. È dal lato dell’attenzione. La pratica dell’attenzione abitua corpo e mente ad un particolare atteggiamento nei confronti di tutti gli esseri viventi. Ciò esclude ogni forma di asservimento più o meno violento.
Non essere giusto ma al punto giusto. Piazzarsi bene nelle cose. Arrivare direttamente sull’evento. Ciò che Rossellini chiama l’oro della conoscenza. Si diceva che Rossellini era dolce perché rifletteva.
Ho riconosciuto nell’opera di Silvia Stucky gli stessi valori della LICRA Italia, Lega Internazionale Contro il Razzismo e l’Antisemitismo che rappresento. Sono felice che lei mi abbia proposto di presentare questi video. Le jardin intérieur, Haiku e Come l’acqua che scorre sono opere profondamente a favore della pace.
Le immagini di Silvia Stucky parlano di un’affinità che esiste, un legame intimo e familiare, parlano di umanità. Il paesaggio, il posto che non conosciamo, l’altro che non abbiamo incontrato, lei lo rende familiare.
In ogni elemento agiscono altri elementi, nello stesso tempo in mutamento e in sintesi. La materia rivela la fisicità e riconduce agli elementi primari, il vaso alla terra, l’azzurro all’acqua. L’opera di Silvia è ciò che nella trasformazione permane unito, un ponte fra  mente e cuore, all’opposto dell’ideologia nazista di purezza, delimitazione e conchiusione.
Dobbiamo conoscere il potere che abbiamo di governarci e dobbiamo anche sapere che questo lavoro su noi stessi è difficile.
Il richiamo di Silvia all’interiorità è frutto di una disciplina in cui rientra un’attenzione per la vita delle cose e delle persone. Il suo vedere è un atto critico, costruito con rigore e dedizione.
L’haiku è un modello nella sua opera, haiku visivi, costellazioni minime, strutturate su vuoti e pieni, intervalli e assenze.
Silvia ritesse le memorie.
Il ricordo comincia con la cicatrice. Il tessuto, riparandosi, fa vedere il rammendo, come nel panno o nella tela. Il muscolo ferito, si ripara portando alle parti che hanno sofferto un supplemento di materia. Il ricordo s’imprime nelle opere. Ciascun colpo di martello e anche il debole urto dei suoni, dei colori e degli odori fonda i colpi che succederanno.
I ricordi si fissano per ricostruzione, c’è bisogno di tempo e di risorse. Il ricordo deve avere il tempo di maturare. È per crescita e nutrimento che riteniamo le impronte, come un vilucchio che si arrotola in una notte intorno a una canna, e ne ritiene così la forma. Si può capire allora che non ci ricordiamo delle circostanze che precedono uno scontro. Il ricordo non ha il tempo di formarsi e di diventare qualche cosa, e dal grande tumulto che avviene, matura diversamente e si trova deformato e come perso nelle tracce della rivoluzione organica. Il ricordo è escluso se il dettaglio sfugge.
L’opera di Silvia Stucky è una rete di tracce che rinvia ad altra cosa che esse stesse, perché non c’è presente che non si costituisca senza rinvio ad un altro presente. Quest’opera dà diritto a delle interpretazioni, a delle trasformazioni dell’immagine data, che sono altrettanti eventi. A causa delle tracce che la compongono, l’immagine esclude la totalizzazione e la chiusura. Fa succedere delle cose nuove, sorprendenti per chi ne fa  l’esperienza. Un incontro con qualche cosa d’altro, che vi intima di rispondere della vostra lettura e di rendervene responsabile. Un’avventura che dipende ogni volta dalla situazione e da colui che guarda, ciò che permette in qualche maniera di firmare la sua interpretazione, la sua visione, il suo proprio gesto  di decostruzione.
L’evento è singolare, ha luogo e ogni volta una sola volta. L’evento come ciò che accade ma anche l’accadere. E la domanda che fare di ciò che accade, esige un pensiero di ospitalità, di dono, di perdono, di segreto e di testimonianza.
Silvia costruisce uno sguardo con un pensiero. “C’è sempre qualcuno che pensa da qualche parte” diceva  Pierre Gardère, mio padre.
L’uomo pensa l’umanità, o non pensa niente. Il nostro pensiero non è che una continua commemorazione. Il minimo frantume di pensiero è messo sull’altare. Poesie, parabole, immagini, frammenti di immagini, artigli dell’uomo: tutti questi enigmi sono l’oggetto dei nostri pensieri. Non c’è pensiero nazionale, pensiamo in ben più grande compagnia. Questa società non è da fare, si sta facendo; essa accresce il tesoro di saggezza.
Non c’è che un metodo per inventare, che è di imitare. Non c’è che un metodo per pensare bene che è di continuare qualche pensiero antico e provato. Tutti gli uomini hanno pensato successivamente come all’interno di uno stesso pensiero, fino a toccare e illuminare infine il mondo insensibile delle pietre, dei metalli e dei venti.
Non c’è  pensiero che nell’uomo che non ha promesso niente, che si ritira e si fa solitario. I pensieri degli altri sono i nemici per un comandante. I suoi propri pensieri anche. Appena pensa, lui si divide. Ogni vita politica diventa una vita militare se la lasciamo andare.
Socrate andava e veniva, ascoltava, interrogava cercando sempre il pensiero dell’altro.
Lo sguardo di Silvia Stucky è analitico e vagabondo. Mette in scena con sicurezza e con grande attenzione  i più minuti particolari.
Francesca Gallo notando che la camera di Silvia è quasi sempre fissa, mette in forza il suo atteggiamento di accoglienza. È un’artista discreta, la sua poetica è di adeguarsi e di compenetrarsi. È distante dallo spettacolare, dice Cesare Sarzini in uno suo testo introduttivo ad una mostra di Silvia a Roma nello spazio di Alessandra e Francesco Pezzini.
Silvia è più testimone che inventore.
Gli eventi hanno una dimensione corale, il linguaggio è dimesso, spoglio, asciutto ma capace di slanci e ascensioni. Colpisce la sua capacità di raggiungere un’altissima temperatura emotiva con un’assoluta semplicità.
La sua impronta civile è vicina a un atto rivoluzionario in quanto rompe con quanto ancora tenta di risaldare il conformismo, la male intesa tradizione conservatrice, e pone le premesse di un nuovo discorso. Un itinerario spirituale rigoroso.
È nei tempi di disastro che si afferma la superiorità delle forme infinitamente piccole ed econome. Solo il non ancora nato resiste alla durata, come la spora, il seme o l’uovo che rimangono lì, sotto i corpi pesanti degli adulti, nell’apparenza della morte, fino alla loro riabilitazione.
“La non violenza è la più alta qualità del corpo e si  raggiunge con la pratica.” Gandhi.
Fabbricare delle micro resistenze fa muovere le cose. “La vita filosofica si conduce fra sé e sé – dice Michel Onfray – nel silenzio delle promesse che ciascuno può e deve farsi”. Essere nell’energia del dono e della spartizione. Sentirsi spinto a fare, perché  appare visceralmente impossibile essere diversamente. Qualche cosa che può rassomigliare all’orgoglio.
Non si può essere felici in una vita dove la necessità è assoluta anche se questo può per un tempo scongiurare la malinconia. L’amicizia con il mondo. Tenersi all’ordine del mondo e consentire a ciò perchè esistiamo. Ritirarsi dal mondo per esservi  più vicino, nel suo epicentro per sapere ciò che ci costituisce. Un corpo pensato.

Marie Eve Gardère
presidente della LICRA Italia

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