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Immagine|Fenomeno 象xiang

settembre 9, 2017

Immagine|Fenomeno     象xiang

La lingua cinese impiega uno stesso termine per indicare tanto l’immagine quanto il fenomeno.  象xiang   E considera l’atto creativo come espressione di una processualità naturale.

Una riflessione fra e su La donna del mare di Ibsen e i Discorsi sulla pittura del monaco Zucca Amara di Shitao, in 10 punti.

In La donna del mare, Ellida è costretta a scegliere perché separa e divide in mondi diversi.  Il mio invito è a non scegliere, non separare, unire, osservare e guardare il mare come qualcosa di non separato; a essere il mare.

‘Immagine senza forma’ è un’espressione per dire che l’immagine non è la rappresentazione di un oggetto o di un paesaggio; l’arte e gli artisti cinesi non sono interessati alle forme/immagini in quanto tali, perché esse non esistono se non in relazione al loro essere immagine-fenomeno, cioè forme vitali in continuo cambiamento, trasformazione.

Il respiro, il cuore, lo spirito dell’artista sono un’unica cosa con la natura che genera-trasforma, e il soffio che ci tiene in vita è lo stesso che tiene in vita la natura.

Essere ricettivi ci mette in grado di cogliere la natura intima di ogni immagine-fenomeno, qualcuno che vedendo penetra nella cosa vista, si fa tutt’uno con essa, e ne riceve a sua volta lo sguardo vivo.

Questa modalità di relazione sarà messa in atto nell’incontro con ciascun visitatore.  Ogni incontro sarà perciò diverso, così come ogni visitatore sceglierà un diverso testo.

Henrik Ibsen, La donna del mare, trad. di Piero Monaci (Milano: Rizzoli, 1959)

Shitao, Sulla pittura, a cura di Marcello Ghilardi, prefazione di Giangiorgio Pasqualotto (Milano-Udine: Mimesis, 2008)La donna del mare di Ibsen e i Discorsi sulla pittura del monaco Zucca Amara di Shitao

invito faceTOface:Layout 1

04 nella mia cella preparativi

07 preparare il tavolo

08 nella mia cella

09 sul tavolo

10 pennelli e sumi

11 pronti ad accogliere gli ospiti

12 Immaginefenomeno sulla porta

13 la cella

14 testi tratti da La donna del mare di Ibsen

15 testi tratti da La donna del mare di Ibsen

16 secondo giorno 12 settembre sulla parete alcuni fogli dipinti il primo giorno dai visitatori

20 sopra la porta della mia cella

“FACE to FACE the maieutic machine” un progetto di Giorgio de Finis

face to face

21 martin

22 regula

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Immagine senza forma [1]

agosto 31, 2017

Tenete in mano la grande immagine e il mondo intero verrà a voi.”  Laozi

Questo lavoro è un percorso che conduce da dentro a fuori: da dentro me a fuori di me; da me a voi; dal cuore della fortezza al mare.

Il mio Autoritratto (dentro/fuori) è subito gettato sul mare, archetipo e matrice allo stesso tempo. Il giardino interiore segna la pratica per cercare l’armonia nella natura delle cose. anima indica il lavoro per spogliarsi dell’io; le frasi tratte da La donna del mare di Henrik Ibsen conducono una riflessione sulla scelta, sulla separazione/attrazione; questo lavoro non sceglie, non separa, piuttosto unisce. Portando con me l’anima in lotta, io annullo il confine che divide, cammino nel Sentiero che non ha interruzioni.

Lo spettatore è condotto fuori da un filo, in alto, sopra il mare; sotto, sul bastione, è invitato a sedersi, a guardare attraverso una cornice il mare immenso che non può essere limitato.

La sua immagine più grande è senza forma: la sua immagine è il mutamento, la spontaneità, l’equilibrio, è l’armonia delle regole della natura. Se noi ci conformiamo a quelle regole, se respiriamo assieme al mare, alla sua immagine senza forma, solo allora vedremo il mare, dentro e oltre la cornice. Faremo parte del mare. Non più parti separate: dentro e fuori sono il soffio che agisce il mutamento del mondo.

nella mostra Arkétipi & Matrici a cura di Antonio E.M. Giordano.

Comune di Monte Argentario in collaborazione con l’A.A.I.A. Associazione Amici Italia Austria;  Forte Stella, Porto Ercole, Monte Argentario.  dal 15 al 30 luglio 2017

01 Stucky vistadellamostra

Silvia Stucky, Forte Stella, interno

02 Stucky fotobyJacopoBenci

05 Stucky Autoritratto 2005

Silvia Stucky “Autoritratto” 2005, immagine digitale su carta Hahnemühle, Archivio Italiano dell’Autoritratto Fotografico, MUSINF, Museo d’Arte Moderna dell’Informazione e della Fotografia, Senigallia

06 Stucky Il giardino interiore 2017

Silvia Stucky  “Il giardino interiore”  2017, acquerello su carta, 201,5×91 cm

11 Stucky anima 2000 fotobyJacopoBenci

Silvia Stucky  “anima”  2000, installazione, tintura per tessuti su lino, dimensioni variabili

13 Stucky La donna del mare 2017 fotobyJacopoBenci

Silvia Stucky  “La donna del mare”  2017, 33 fogli, stampa digitale su carta, 21×14 cm

14 Stucky La donna del mare 2017 particolare

Silvia Stucky  “La donna del mare”  2017, 33 fogli, stampa digitale su carta, 21×14 cm

15 Stucky fotobyJacopoBenci

16 Stucky Portando con me l_anima in lotta 2017

Silvia Stucky “Portando con me l’anima in lotta” 2017, immagine digitale su carta Hahnemühle

17 Stucky Sentiero 2017

Silvia Stucky “Sentiero” 2017, installazione, pietre

18 Stucky Sentiero 2017

Silvia Stucky “Sentiero” 2017, installazione, pietre

Immagine senza forma [2]

agosto 31, 2017

Immagine senza forma

Siediti, osserva; ascolta suoni e odori, respira insieme al mare.

Attraversa la cornice per uscire dalla cornice. Un sottile percorso conduce il tuo respiro sulle onde e nelle acque profonde.

Questa opera è il luogo (terra / mare / cielo); è un invito a trovare una relazione profonda tra noi e il mare. L’opera è un concetto, è una pratica; è il pensiero, è la riflessione e la comprensione che la nostra vita non esiste come cosa a sé stante ma solo in relazione con tutto ciò che ci circonda. L’opera è lo sguardo e il respiro, è l’immagine senza forma, il soffio che agisce il mutamento del mondo.

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Silvia Stucky  “Immagine senza forma” 2017, Forte Stella.

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Silvia Stucky  “Immagine senza forma”  2017, installazione interattiva, particolare

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Silvia Stucky  “Immagine senza forma”  2017, vista del bastione dall’alto

20 Stucky Immagine senza forma 2017

Silvia Stucky  “Immagine senza forma”  2017, installazione interattiva

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Silvia Stucky  “Immagine senza forma”  2017, sedia e cornice, ferro verniciato

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Silvia Stucky  “Immagine senza forma”  2017, installazione interattiva, inaugurazione 15.7.2017

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“Immagine senza forma”  2017 inaugurazione (Sara Piersantelli, Elisa Capecchi, Silvia Stucky)   foto Giulia Ripandelli

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Silvia Stucky  “Immagine senza forma”  2017,  foto Jacopo Benci

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Silvia Stucky  “Immagine senza forma”  2017,  foto Jacopo Benci

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Silvia Stucky  “Immagine senza forma”  2017,  ultimo giorno prima del tramonto

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Silvia Stucky  “Immagine senza forma”  2017,  ultimo giorno, ombre prima del tramonto

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Silvia Stucky, da Forte Stella il mare dopo il tramonto, 30.7.2017

Immagine senza forma, installazione interattiva nella mostra Arkétipi & Matrici a cura di Antonio E.M. Giordano.

Comune di Monte Argentario in collaborazione con l’A.A.I.A. Associazione Amici Italia Austria;  Forte Stella, Porto Ercole, Monte Argentario.  dal 15 al 30 luglio 2017

“Un invito a guardare fuori, a compiere il percorso che dalla fortezza porta verso l’esterno e quindi verso il mare, è tutta l’opera di Silvia Stucky. Nella limpidezza e purezza della sua ricerca, è partita da quella visione dalle alte mura del Forte. L’opera fotografica che ne è nata “Portando con me l’anima in lotta” nei giorni precedenti l’inaugurazione è divenuta performance, fondendosi con citazioni dalla “Donna del mare” di Ibsen. Mare e per conversione Blu, sono elementi archetipici, matrici centrali del discorso che si svolge all’interno e all’esterno della Fortezza. Quell’Autoritratto subito gettato sul mare, stimola la curiosità dello spettatore a muoversi fuori dalla Fortezza per ammirare lui stesso lo spettacolo della Natura. Ad attenderlo vi è una sedia e di fronte una cornice. “Immagine senza forma” è un invito ad entrare in armonia con la Natura, ascoltandone la voce sussurrata, per uscire dalla cornice e comprendere che la nostra vita ha senso solo in relazione a ciò che ci circonda.”  Giulia Del Papa su Hidalgo

Custodire lo splendore

febbraio 18, 2017

Custodire lo splendore

“Versare senza mai riempire,

attingere senza mai svuotare

e senza sapere da dove questo viene,

ecco ciò che si chiama custodire lo splendore.”

François Jullien, Il saggio è senza idee, 2002

“A distanza di tempo mi convinco che Silvia Stucky ha attuato varie forme di resilienza, mediante un singolare sincretismo che concilia, con discreta naturalezza, la tradizione orientale del giardino («preso a prestito»), e una prossemica dell’arte territoriale di matrice occidentale. I suoi interventi di arte pubblica nel paesaggio nascono primariamente da una sensibilità ecologica e da un’attitudine relazionale, che procede con romantica attenzione, non avvalendosi di un unico codice espressivo, ma contemplandone molti; né di una processualità marcatamente autoriale. Anche la dialettica arte/natura – che pure da sempre connota il lavoro di Silvia Stucky – rifluisce in istanze progettuali che tendenzialmente la neutralizzano, e in forme creative che sviluppano la poetica del vuoto, appartenendo a culture e tradizioni diverse che l’artista indaga e pratica indifferentemente nella quotidianità: l’osservazione silente e peripatetica; il disegno referenziale e l’espressione calligrafica; la cerimonia del tè; l’automimetismo e la riproduzione video e fotografica; l’insegnamento e l’esercizio del taijiquan.” Rossella Caruso

“Opera per paradosso Silvia Stucky. Sottrae le immagini per creare il visibile. Le immagini nel mondo hanno preso il posto del mondo. L’horror vacui che caratterizza il presente non concede più l’intervallo. L’intervallo è perduto (G. Dorfles), nella sua forma spaziale e nella sua forma temporale. È perduto persino nella sua forma sonora. […] Operare per paradosso significa rivoltare il flusso e l’ordine del discorso del mondo per interrogarsi sul discorso nel mondo. Questo discorso si pone come paradosso. Un logos senza logos è il comportamento dell’artista. L’artista è il responsabile dell’intervallo ritrovato. La musica sta nel silenzio fra una nota e l’altra (J. Cage). L’energia sta nel vuoto fra i raggi della ruota e il suo mozzo (Lao Tse). Bisogna operare per sottrazione se si vuol vedere qualcosa. Bisogna sottrarre, non creare immagini in più. Silvia Stucky opera assumendo una responsabilità. Agire in un luogo significa porre una domanda: non “cosa voglio dal luogo?” ma “cosa vuole il luogo da me?”.” Dario Evola

La mostra Custodire lo splendore presenta opere che coinvolgono il pubblico e lo invitano a riflettere su temi quali natura, meraviglia, consapevolezza, attenzione.

Nella mostra, Silvia Stucky presenta opere inedite, che nascono però da suoi progetti già presentati in mostre ed eventi.

Opera senza io è un libro di foto e disegni a pennello, creato per l’evento Genius noci all’Orto Botanico del maggio 2015. Finora visibile solo online, il libro diventa adesso un oggetto fisico che si può sfogliare e ‘toccare’.

Senza io è un’opera del 2006, una serie di 93 frottages di foglie d’edera, dalla quale sono poi nate altre opere esposte nel 2014 e nel 2015. La sequenza dei frottages diviene ora un video, che oltre alle immagini contiene i nomi delle persone che hanno scelto ciascuna il proprio frottage preferito.

Silvia Stucky. Custodire lo splendore  

testi critici di Rossella Caruso e Dario Evola

maggio 2016  | Interno 14 | Roma

Interno 14 – lo spazio dell’AIAC – Associazione Italiana di Architettura e Critica

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“Senza io”  2006,  93 frottage, datati dal 21 marzo al 21 giugno 2006, grafite su carta,  33.5 x 24 cm ognuno

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“Senza io” 2006-2016,  immagini digitali in loop

 

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“Edera”  aprile 2016

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“Edera”  aprile 2016

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“Edera” aprile 2016 stampa digitale su carta Hahnemühle Bamboo, 16 x 16 cm

 

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“Edera”  aprile 2016,  stampa digitale su carta Hahnemühle Bamboo, 16 x 16 cm

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Je est une autre

ottobre 2, 2016

Dialogo con Ketty La Rocca

Anna D’Elia

Il progetto Transfusioni vuole essere un momento di riflessione su quelle pratiche artistiche che si fondano sulla multidisciplinarietà e che organizzano il discorso estetico su incroci e contaminazioni tra parola, suono, pittura, fotografia, oggetto, spazio, gesto, azione. Transfusioni vuole inoltre sperimentare sconfinamenti tra luoghi dell’arte, protagonisti, comprimari e comparse, mettendo in relazione due spazi dell’arte contemporanea a Roma: il Lavatoio Contumaciale e l’Archivio Menna/Binga le cui opere, scelte di volta in volta, risuoneranno di nuove parole nel confronto con gli artisti invitati a dialogarvi.

L’evento espositivo e performativo con cui il 4 aprile 2016 il progetto prende il via rende omaggio a Ketty La Rocca, il cui lavoro rappresenta già dall’inizio degli anni Settanta un punto apicale per la radicalità e complessità dell’approccio critico nei confronti della parola. A dialogare con lei saranno Tomaso Binga, Paola Romoli Venturi e Silvia Stucky.

Le componenti del lavoro di Ketty La Rocca con cui entra in relazione Silvia Stucky sono altrettanto intense e riguardano la ricerca sulla memoria a partire dalle fotografie di famiglia, cui La Rocca si era molto interessata fin dal suo lavoro intitolato Riduzioni (1972-3), che fu anche un modo per riflettere sull’immagine che scolorisce nel tempo perdendo la sua vividezza, proprio come accade ai ricordi. Quasi a voler sollecitare e maggiormente evidenziare tale progressivo scolorimento, La Rocca annullava il contenuto visivo dell’immagine sostituendolo con un contorno di parole scritte a mano. Al procedimento meccanico della stampa fotografica opponeva la soggettività della sua grafia che riportava l’attenzione sul gesto, la manualità, l’individualità. Dal suo fare traspariva anche il desiderio di intrecciare relazioni con lo spettatore e le figure presenti nelle immagini. Nel caso dell’opera fotografica Filiberto Menna (1973) si trattava di altre opere e persone amate: Diane Arbus e la sua foto delle gemelle Cathleen e Colleen Wade, Michelangelo Pistoletto e i suoi Specchi, e lo stesso Menna. Il contorno in questa occasione esaltava le figure e le legava come in un abbraccio : you diventava io e te, voi e noi.

Ed è su tale gioco di specchi che lavora Silvia Stucky scegliendo dalle fotografie della sua famiglia un’immagine della madre bambina che racchiude un ricordo prezioso: quando la madre di Silvia era nel grembo, accanto a lei c’era una gemella che non sopravvisse al parto. Spostando il ruolo della fotografia da quello di testimonianza e ricordo a quello di reinvenzione della realtà, l’artista dà vita alla zia mai nata. La sua opera, un dittico, si compone di un’immagine fotografica, rielaborazione della foto di sua madre bambina, la cui figura è isolata e duplicata specularmente; e di un’altra immagine realizzata seguendo con la penna i contorni della fotografia – come faceva Ketty La Rocca – scrivendo il nome di sua madre (Maria) per una figura, e il nome della gemella morta (Maddalena) per l’altra. È un gesto simbolico forte che apre alla tematica dell’identità, centrale nella ricerca di Silvia Stucky e di Ketty La Rocca, come nel lavoro di un’intera generazione di body-artisti e performer a partire dagli anni Sessanta.

L’opera di Silvia Stucky, Je est une autre (“Io è un’altra”), mette in questione nel titolo il genere dell’Altro nella nota frase di Rimbaud (Je est un autre, “io è un altro”), procedendo poi a evocare l’altra assente attraverso la duplicazione, della figura (nella fotografia) e della pratica (nella scrittura-disegno ripresa da Ketty La Rocca). I temi dell’altra da sé, e dell’immagine speculare come simile e allo stesso tempo differente, ritornano nella performance dal medesimo titolo, in cui l’artista si mette in scena insieme a Monica Valenziano.

È da sottolineare, a questo punto, come le tre autrici in dialogo con Ketty la Rocca annullino la distanza tra lo spazio della vita e quello della rappresentazione, un’eliminazione cui a lungo l’artista aveva mirato facendo cadere una dopo l’altra tutte le barriere tra arte e vita, fino alle Craniologie (1973) in cui il suo corpo si scompone, ricomponendosi altro nella sovrimpressione tra le radiografie del suo cranio e le immagini delle sue mani. Era così che La Rocca parlava della sua malattia e della sua morte, ricongiungendola strettamente alla vita e al suo fare arte, ma soprattutto a noi, il suo futuro, noi che avremmo posato gli occhi sul suo corpo smembrato e lo avremmo attraversato senza più confini.

Il dittico di Silvia Stucky proseguendo quel discorso offre un’ulteriore prova che una fotografia non appartiene più né a chi l’ha fatta né a chi essa rappresenta, ma a tutti coloro che la guardano e la guarderanno. È dunque su un altro nodo cruciale che ci consente di focalizzare l’attenzione: quello degli sguardi. Quel you tante volte scritto e ripetuto da Ketty La Rocca può essere letto come un appello all’altro, allo spettatore, come un monito rivolto a noi tutti che continuiamo a interrogarci sui misteri racchiusi nelle sue opere, un monito a non tradire il suo pensiero, ma a spingerlo oltre, verso quegli spazi di libertà che solo possono dare valore all’arte e restituire un senso alla vita.
nel catalogo Transfusioni#0

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,  fotografia digitale, disegno a penna

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,  (particolare)  fotografia digitale

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,  installazione, fotografia digitale, disegno a penna, panca di legno

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016    foto Andrea Calì

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016  (particolare)

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,  installazione
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Silvia Stucky  “Je est une autre” 2016,  performance con Monica Valenziano   foto Andrea Calì

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016,   performance con Monica Valenziano

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Silvia Stucky  “Je est une autre”  2016   foto Andrea Calì

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Silvia Stucky e Monica Valenziano   foto Andrea Calì

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Silvia Stucky “Je est une autre” 2016 performance con Monica Valenziano foto Srdja Mirkovic

Come l’acqua che scorre

settembre 11, 2016

Il Sogno Verde

Villa Gregoriana, Tivoli

19 – 20 marzo 2016

XXIV Giornate FAI di Primavera

 

IL SOGNO VERDE è una ricognizione sul rapporto dell’uomo con la natura […] per investire con la sua riflessione tutti gli
aspetti del nostro esistere, in un mondo
la cui sopravvivenza appare minacciata quotidianamente.

IL SOGNO VERDE si presenta come un’indagine, aperta e in itinere, che si rivolge ai caratteri
problematici della relazione fra l’uomo e il proprio paesaggio vitale, con l’intento di contribuire, attraverso l’arte, a ristabilire un dialogo più diretto e semplice con l’orizzonte naturale che ci circonda.

Villa Gregoriana è un esempio straordinario di natura ‘sublime’. La presenza di emergenze archeologiche, vestigia di varie epoche, eccezionali elementi naturali, ne fanno un parco di grande valore ambientale, storico e artistico.

Un contesto unico e speciale che offre motivi di ispirazione e riflessione originali a tutti gli autori – artisti e musicisti – che partecipano a questa iniziativa.

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Villa Gregoriana, allestimento, marzo 2016

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Villa Gregoriana, allestimento, marzo 2016

 

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Villa Gregoriana, allestimento, marzo 2016

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Villa Gregoriana, allestimento, marzo 2016 

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Villa Gregoriana, allestimento, marzo 2016 

 

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Villa Gregoriana, allestimento, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky “Come l’acqua che scorre” installazione, Villa Gregoriana, marzo 2016

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Silvia Stucky, Opera senza io [2]

ottobre 11, 2015

Genius noci  a cura di Anna D’Elia
Museo Orto Botanico Roma

maggio 2015

Con la sua Opera senza io Silvia Stucky invita a ritrovare lo spazio perduto o forse solo dimenticato che ognuno occupa tra terra e cielo. Più l’autrice si fa invisibile, più altre presenze possono affacciarsi e mostrarsi. Non è facile e neppure scontato accorgersi degli esseri viventi con cui condividiamo lo spazio e le risorse del pianeta. Sarà perché ognuno è chiuso in se stesso o sarà a causa della troppa vanagloria dell’essere umano, ma l’ascolto prestato a piante, uccelli, insetti, così come l’attenzione rivolta a luce, vento, aria è davvero scarsa. Eppure quante cose avrebbe da insegnarci la natura intorno a noi. Costruire un nuovo identikit a partire dall’ascolto e dall’osservazione del mondo vegetale è il progetto che Silvia mette in atto a partire da piccoli gesti quotidiani. Prima di tutto, rallenta il passo perché la velocità è nemica dell’attenzione. Concedere all’occhio e all’orecchio un tempo più lento è la conquista numero uno, solo così si può ri-conoscere ciò che per fretta o distrazione si dava troppo per scontato. Ci si accorge, ad esempio, di quanto la luce influisca su ciò che si vede, sulle sensazioni e le emozioni che ci tengono vivi. Ci si accorge che le piante hanno un carattere diverso, c’è chi brilla in flessibilità come il bambù, chi in pazienza come la quercia, chi in tenacia come il noce. Ma perché queste scoperte possano essere comunicate Silvia non si limita ad osservarle, le registra con la macchina fotografica, le trascrive sui suoi taccuini aggiungendo alla lentezza la costanza. Il suo progetto, oltre che uno sguardo attento e amorevole, esige un confronto ripetuto e continuativo, le relazioni con le piante, non meno di quelle tra gli esseri umani, hanno bisogno di fedeltà e durata per dare i frutti migliori. È passato circa un anno da quando il monitoraggio ha avuto inizio, ora gran parte dei dati raccolti sono racchiusi nelle pagine di questo libricino ed anche i pensieri che Silvia ha voluto legare ad essi.

Anna D’Elia

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