Mondi in una scatola

Silvia Stucky “Il fiume continua a scorrere”, 2012
scatola, diametro 9.5 cm x (h) 3 cm; 3 gouaches su carta, diametro 8.7 cm ognuna, testi

Silvia Stucky “Il fiume continua a scorrere”, 2012
scatola, diametro 9.5 cm x (h) 3 cm; 3 gouaches su carta, diametro 8.7 cm ognuna, testi

Silvia Stucky “Il fiume continua a scorrere”, 2012
scatola, diametro 9.5 cm x (h) 3 cm; 3 gouaches su carta, diametro 8.7 cm ognuna, testi

Silvia Stucky “Il fiume continua a scorrere”, 2012
scatola, diametro 9.5 cm x (h) 3 cm; 3 gouaches su carta, diametro 8.7 cm ognuna, testi

Silvia Stucky “Il giardino della luna inaspettata”, 2012
scatola 22.6 x 6.4 x (h) 4.6 cm; 3 gouaches su carta, 16 x 5.5 cm ognuna; 3 fotografie, 5.5 x 5.5 cm ognuna; un libretto con 3 haiku di Tomiyasu Fūsei

Silvia Stucky “Il giardino della luna inaspettata”, 2012
scatola 22.6 x 6.4 x (h) 4.6 cm; 3 gouaches su carta, 16 x 5.5 cm ognuna; 3 fotografie, 5.5 x 5.5 cm ognuna; un libretto con 3 haiku di Tomiyasu Fūsei

Silvia Stucky “Il giardino della luna inaspettata”, 2012
scatola 22.6 x 6.4 x (h) 4.6 cm; 3 gouaches su carta, 16 x 5.5 cm ognuna; 3 fotografie, 5.5 x 5.5 cm ognuna; un libretto con 3 haiku di Tomiyasu Fūsei

Silvia Stucky “Il giardino della luna inaspettata”, 2012
scatola 22.6 x 6.4 x (h) 4.6 cm; 3 gouaches su carta, 16 x 5.5 cm ognuna; 3 fotografie, 5.5 x 5.5 cm ognuna; un libretto con 3 haiku di Tomiyasu Fūsei

Silvia Stucky “Il giardino della luna inaspettata”, 2012
scatola 22.6 x 6.4 x (h) 4.6 cm; 3 gouaches su carta, 16 x 5.5 cm ognuna; 3 fotografie, 5.5 x 5.5 cm ognuna; un libretto con 3 haiku di Tomiyasu Fūsei
Silvia Stucky “Mondi in una scatola di biscotti”
Mondi poetici fra Cina e Giappone con traduzioni in inglese e in italiano
Lontananze. Piccoli accadimenti della natura — fiumi e fenici, fiori e foglie.
Mondi diversi e tra loro intraducibili. Alfabeti e ideogrammi; scrittura e pittura.
Disegni in punta di pennello, gouaches blu — fotografie.
Tutto scorre, inafferrabile come l’acqua.
“In the Box” n.1 Sogni, mondi, memorie racchiusi in una scatola.
27 ottobre – 20 novembre 2012
Tre storie di pratica senza io [3]

Silvia Stucky, “Getterò in mare il cuore che ha qualche desiderio”, 2012
gouache su carta, 10,5 x 14,8 cm

- Silvia Stucky, “Getterò in mare il cuore che ha qualche desiderio”, 2012
gouache su cartolina, 10,5 x 14,8 cm
- Silvia Stucky, “Getterò in mare il cuore che ha qualche desiderio”, 2012
gouache su cartolina, 10,5 x 14,8 cm
- Silvia Stucky, “Getterò in mare il cuore che ha qualche desiderio”, 2012
gouache su cartolina, 10,5 x 14,8 cm
- Silvia Stucky, “Getterò in mare il cuore che ha qualche desiderio”, 2012
gouache su cartolina, 10,5 x 14,8 cm
Tre storie di pratica senza io [2]
Silvia Stucky alias Stupor Mundi
Antonio Giordano
Jesi, la città ove nel 1194 vide la luce lo Stupor Mundi ovvero Federico II di Svevia, meglio non poteva scegliere per celebrare l’antica cerimonia orientale del tè, che esporre le recenti opere di Silvia Stucky, sempre più note al pubblico in ambito internazionale.
Dalle galbule del cupressus sempervirens si ricavava un tè aromatico, molto apprezzato in passato: e in mostra troviamo un grande cipresso, “L’albero fiorito” del 2012 (gouache su carta), srotolato a guisa di monumentale kakejiku o kakemono, quasi un moderno menhir, come a rappresentare l’axis mundi che permette di elevarci dalla Terra al Cielo, in una unione spirituale dell’uomo con l’infinito dove le dimensioni si assottigliano fino a diventare parallele. Quasi linee parallele che si incontrano all’infinito. E su piani paralleli procede la ricerca artistica di Silvia Stucky, avvalendosi di svariate tecniche e mezzi espressivi: pittura, grafica, fotografia, video, installazioni.
Nella serie grafica “Senza io” l’artista ricorre all’antica tecnica cinese e classica (ma reinventata dai surrealisti) del frottage: sfregando a matita i rilievi di foglie poste sotto fogli di carta di riso, lascia affiorare disegni e textures di casuali e imprevedibili immagini naturali della pianta, rivelatrici nell’automatismo psichico, quale allegoria poetica del pulsare vitale della linfa primordiale dell’essere, come nel sistema arterioso di un cuore pulsante.
Le foglie sono state realizzate nel 2006, una al dì, tra l’equinozio primaverile e il solstizio estivo.
La pratica prende il nome “Senza io” perché rifiuta il principio che sia la personalità dell’artista a determinare il contenuto dell’opera, mirando a ristabilire e a ritrovare l’armonia nascosta nei ritmi e nelle leggi della Natura, per tradurla quindi nella vita d’ogni giorno.
In “19.6.2006” la foglia di Hedera helix – rampicante le cui radici aggrappanti sono all’origine del noto simbolismo di fidelitas – mostra la leggerezza di un aquilone. “20.6.2006” potrebbe suggerire il senso del vento che ha strappato la foglia alla pianta, o del librarsi della stessa foglia nello spazio in balia dei capricci di Eolo, così come dell’effimero passaggio umano nell’universo. “18.6.2006” ha uno sviluppo verticale triangolare o pseudo-conico, ricordando forse la montagna sacra che ha base sulla terra e cima che sfiora le celesti sedi divine.
Nel raro libro d’arte in 35 esemplari “Getterò in mare il cuore che ha qualche desiderio”, parte della preziosa collana edita da Il Bulino, il testo di Francesco Dalessandro “Primo Maggio nel Pineto” (che da il titolo al libro) è arricchito dalla lussureggiante decorazione fitomorfa orientale dipinta a mano dalla Stucky. Se questa potrebbe apparire di primo acchito un’operazione semplicemente esornativa a chi non possieda gli strumenti di conoscenza per cogliere la giusta chiave di lettura, Silvia procede sul fragile supporto cartaceo con acribìa da certosino amanuense, rubando il color celeste alla decorazione della porcellana asiatica o di Delft, in un costante e paziente cammino che le consente una sorta di meditazione zen.
Nelle fotografie, la componente ludica dell’artista riesce – con occhi infantilmente puri – a cogliere l’attimo nella poesia della quies del tardo meriggio, nel quale il sole allunga le ombre sino a renderle dechirichiane; il caso – cercato – rende eterno il repentino battito d’ali di un uccello in volo, l’atletica corsa di un giovane, vago ricordo dell’affannarsi umano nella metropoli che fa capolino sullo sfondo, con l’incombente cupolone vaticano che irradiato si staglia contro l’azzurro appena lambito da lievi cirri. Perfino il tronco abbattuto – ignaro dei simbolismi martiriali nella pittura veneta cinquecentesca (della quale pure l’artista è colta conoscitrice) – respira l’idillio sospeso, bloccato dal click della camera per ascoltare il battito cosmico.
L’apparente casualità, come nei suoi video, si rivela a un’attenta disamina operazione dalla valenza alchemica: il frammento naturale, sia esso scorrere dell’acqua o delle nuvole, è trasmutato in fluire della coscienza, in élan vital, per sentirsi in sintonia con l’armonia cosmica e attingere l’Assoluto.

Francesco Dalessandro, “Primo maggio nel Pineto”
Silvia Stucky, “Getterò in mare il cuore che ha qualche desiderio”
Edizioni “Il Bulino”, Roma, 2011
libro d’artista in 35 esemplari, leporello con copertina rigida e cofanetto, 35×25 cm
ciascun esemplare è dipinto a pennello
Tre storie di pratica senza io [1]
Armonia, rispetto purezza e serenità questi i principi a cui si ispira la Cerimonia del Tè, un rito antico che si consuma in una Stanza sospesa nel tempo e nello spazio. Gesti lenti e profondo rispetto per gli ospiti e per gli oggetti, un’offerta fatta con la purezza del cuore. Una sintesi di bellezza che la “Scuola di Tè Cose di Tè”, seguendo il filo rosso che esce da quella stanza, ha voluto cercare nell’arte. Nell’espressione con cui tre artisti comunicano questi principi di perfetta ‘letizia’, di amore per la vita.

Francesco Dalessandro, “Primo maggio nel Pineto”
Silvia Stucky, “Getterò in mare il cuore che ha qualche desiderio”
Edizioni “Il Bulino”, Roma, 2011
libro d’artista in 35 esemplari, leporello con copertina rigida e cofanetto, 35×25 cm
ciascun esemplare è dipinto a pennello
Dopo Anahi Mariotti (dal 15 al 30 giugno) e Daniele Canonici (dal 14 al 28 settembre), chiude il ciclo di tre appuntamenti, dal 5 al 19 ottobre, Silvia Stucky, un’artista affermata nel panorama nazionale. Costante movente della sua ricerca, è l’assecondare le forze della natura alla scoperta di un momento di conciliazione e di completa armonia con essa.
Il titolo della sua mostra, Tre storie di pratica senza io, fa riferimento alle tre diverse opere che l’artista presenta e all’atteggiamento che le accomuna.
Il libro d’artista Getterò in mare il cuore che ha qualche desiderio (con un racconto di Francesco D’Alessandro, Edizioni d’arte “Il Bulino” di Roma) è stato realizzato in 35 esemplari dall’artista, che su ciascuna copia ha dipinto a pennello motivi decorativi asiatici; L’albero fiorito è una grande carta con un unico, snello cipresso; e Senza io è composto da frottage di foglie – una al giorno – che l’artista ha realizzato tra l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate 2006. La pratica ‘senza io’ è una pratica che fa un passo indietro rispetto all’idea che il contenuto dell’opera debba necesariamente essere legato alla personalità dell’artista. La pratica ‘senza io’ mira a ritrovare l’armonia che si trova nei ritmi e nelle regole della natura, per poi riportarla nella vita quotidiana.

Silvia Stucky, “L’Albero fiorito”, 2012
gouache su carta, larghezza 45 cm
Silvia Stucky: arte come atto di resistenza
Il campo del possibile [3]
Silvia Stucky, anima, 2012, HD, 5’32″, sonoro.
Ripresa: Silvia Stucky
Montaggio: Silvia Stucky, Jacopo Benci
Il mio corpo vivo, e il sole dispensatore di luce e di vita,
creano la mia ombra.
L’ombra ‘possibile’ è viva, si muove come me, è immateriale;
anima è la nostra parte immateriale, quella che non è corporea, ciò che chiamiamo cuore/mente.
Anima e corpo non esistono l’una senza l’altro.
Ombra e corpo non esistono l’una senza l’altro.
Il campo del possibile [2]
L’opera e il suo resto
Al di là della presenza immediata dell’artista al posto dell’opera, l’arte contemporanea ha affinato la sensibilità dell’osservatore verso la dimensione performativa, sovente sottesa all’opera, in particolare quando questa è residuo di azione, implicata di biografia, raccolta di oggetti, documento, e così via.
Sollecitata dal tema dell’autoritratto, a cui è dedicata l’edizione 2012 della rassegna 41°54’ N – 12°28’ E, nella mostra Il campo del possibile anche Silvia Stucky ha imboccato questa strada sulla quale in passato si era sporta solo di rado, ad esempio in Le silence habité des maisons (2002), unico video in cui l’autrice impiega attori/performer.
L’indizio più evidente di tale svolta si rintraccia in anima (2012), composto da tre sequenze in cui un’ombra attraversa ambienti diversi stagliandosi ora sull’asfalto, ora sul prato e infine sulla scogliera. Non più telecamera fissa, una delle peculiarità formali di Stucky, ma riprese in movimento con l’obiettivo che oscilla al ritmo del passo, ora rapido ora lento, e che pertanto diventa partecipe dell’esplorazione attiva del mondo, tanto quanto in precedenza si attestava su una posizione contemplativa, volta a catturare epifanie a lungo attese, preferibilmente legate a mondo naturale e al paesaggio.
L’ombra, protagonista sia del video sia delle fotografie omonime, per metonimia, sta al posto del corpo, della presenza viva e concreta della persona, libera di muoversi, padrona delle proprie facoltà, capace di “sfruttare il campo del possibile”, come suggerisce il verso di Pindaro, citato da Stucky. è un’interpretazione estrema dell’idea, consolidata nella tradizione artistica, che l’ombra sia schiava del corpo e, in un certo senso, ne sia l’impronta. La concretezza dell’ombra, per natura contingente, è il motivo per cui lo scultore – lamenta ad esempio Arturo Martini – non può neppure condizionarla, come fa il pittore.
L’assenza di distanza tra l’opera e la vita dell’artista – principio ispiratore della performance – è ancora più evidente nel lavoro che dà il titolo alla mostra, Il campo del possibile: è un dittico composto da una lastra di granito azzurra e da una carta del medesimo colore, dietro la quale è sigillato il testamento biologico dell’autrice. L’opera si trova così all’incrocio fra urgenza personale e attualità etico-politica: la sensibilità ambientalista, l’attenzione al dettaglio, il rispetto per il contesto, connotati impliciti della poetica di Silvia Stucky, finora solo suggeriti adesso sono declamati ad alta voce, irrompono nella dimensione formale senza mediazioni, riassunti nel bisogno di autodeterminazione.
Francesca Gallo

Silvia Stucky, “anima”, 2012, stampe giclée fine art su carta Hahnemühle Photo Rag 100% cotone 308 g/mq, 21×29,7 cm, edizione di 3
















































































